L’importanza di chiudere il cerchio

Quando pensiamo alla parola cerchio non ci viene in mente solo una forma geometrica. Il cerchio è un simbolo ricorrente nella cultura dell’uomo e nella nostra vita.
Era alla base del primitivo culto del Sole, è per molte filosofie orientali la ruota della vita e l’illuminazione, rappresenta il potere della Terra per i nativi americani, lo ritroviamo nei mandala dei monaci tibetani, nell’idea di Cielo per la cultura cinese… si tratta, insomma, di un simbolo universale: non c’è cultura che non abbia assegnato al cerchio un significato profondo, legato alla spiritualità, alla vita, al femminile, ai rituali, all’idea di principio originario.

Per C.G. Jung il cerchio simboleggia “l’aspetto essenziale della vita, la sua complessiva e definitiva globalità”, quella forma che rappresenta la struttura della psiche umana, l’archetipo del Sé, un centro che si espande, creativo.

Il cerchio per me

La parola cerchio per me significa energia e mi riconduce alla sensazione di inclusione e compiutezza.
Energia e inclusione perché lavorare in gruppo con una disposizione in cerchio permette ai partecipanti di lasciar fluire l’energia e di includere tutti senza distinzioni di ruoli, senza differenze…. (questo, se ci pensi, lo ritroviamo nei culti antichi e nella tradizione; non a caso Re Artù volle far sedere i suoi Cavalieri intorno a una tavola rotonda.)
L’idea di compiutezza deriva invece dal fatto che quando penso alle cose della vita, dalla più semplice come mangiare un panino fino alla vita stessa nella sua interezza, le immagino come cerchi che si aprono per poi chiudersi definitivamente.

Cosa accade quando non chiudiamo il cerchio

Immagina la tua esistenza svilupparsi attraverso una serie di cerchi concentrici. All’interno di quello più grande, la vita, si trovano una serie di cerchi più piccoli. Alcuni si sovrappongo, altri si susseguono. Le relazioni di coppia, quelle fra amici, la scuola, il lavoro, una vacanza, un corso di formazione, una cena, una passeggiata col tuo cane. Tutto intorno a te si sviluppa come un cerchio. Tutto è un ciclo: ha un inizio, una fase centrale, una fine.

Così come una serie di cerchi conclusi rimanda all’idea di compiuto, di armonia, di finito, così se pensiamo a cerchi interrotti ci appare immediatamente una immagine di confusione, rottura, disordine. Questo è quello che ci accade quando, nella vita, non chiudiamo i cerchi: andiamo in confusione, consumiamo più energia vitale ritornando più volte a ripensare a quella situazione non conclusa.

Per avere un’idea più precisa di come funzionano i cicli che apriamo e chiudiamo nel corso della nostra vita è molto utile conoscere il ciclo di contatto della Gestalt, che tratta dell’intero percorso che l’organismo compie a partire dall’emergere di un bisogno fino al suo soddisfacimento, attraverso un insieme di quattro fasi che permettono il flusso continuo dell’esperienza.

Il ciclo di contatto della Gestalt

Vediamo, per maggior chiarezza, le diverse fasi del ciclo di contatto in un esempio semplice: l’esperienza di scrivere un articolo per il blog. 

Pre-contatto: una fase di sensazioni in cui un particolare stimolo emerge sugli altri e dallo sfondo si porta in figura.
È la fase del “cosa sento”, quella in cui, nell’esempio, provo la sensazione di formicolio tipica di quando sono emozionata all’idea di fare qualcosa che amo. 

Presa di contatto: una fase attiva, in cui quello stimolo viene identificato con un bisogno specifico e ci si prepara a muoversi per andare a soddisfarlo. È la fase del “cosa voglio”. Nell’esempio specifico io desidero scrivere. Il bisogno da soddisfare diventa più delineato, realizzo che cosa mi serve per farlo e mi muovo verso la mia scrivania prendendo gli oggetti necessari e accendendo il pc.

Contatto pieno: è il momento in cui siamo un tutt’uno con l’ambiente e ci fondiamo con esso mentre soddisfiamo il bisogno. Siamo nella fase del “cosa faccio”. Entro nel flusso dell’esperienza: esistiamo solo io e il mio computer, sono totalmente assorta dalla scrittura.

Post contatto: una fase di elaborazione, di assimilazione, in cui assaporiamo la sensazione derivata dall’aver soddisfatto il bisogno. La fase del “come mi sento dopo averlo fatto”. Rileggo il mio articolo, ascolto le mie sensazioni, assaporo la sensazione piacevole di averlo concluso.

A questo punto il ciclo si chiude e mi ritrovo in quella che viene definita “fase del vuoto fertile”, cioè quel momento in cui sono pronta a cogliere l’emergere di un nuovo bisogno. 

Quello che ti ho descritto è quanto dovrebbe avvenire per ogni necessità da soddisfare e nel caso in cui il ciclo si dovesse interrompere in una qualsiasi delle sue fasi questo interferirebbe con la nostra vita e con il nostro sviluppo personale: secondo questa teoria infatti alla base di ogni difficoltà o disagio ci sarebbe un’esperienza che non si è potuto o voluto completare, quella che viene definita una “gestalt aperta”.
Il bisogno non soddisfatto tornerà più volte a interferire nella nostra vita creando confusione e generando blocchi.
Nel caso del nostro esempio, se qualcosa mi interromperà mentre sto scrivendo e non arriverò a vedere il mio articolo finito, mi rimarrà un senso fastidioso di incompiuto e la mia mente non sarà “libera” finché non tornerò sull’argomento per cercare di concludere ciò che ho iniziato.

La parola magica è "consapevolezza"

Se consideriamo però che, come ti dicevo prima, molti cicli della nostra vita si aprono contemporaneamente o si sovrappongono, è naturale pensare che non tutti saranno conclusi, che non tutti i bisogni che emergono saranno soddisfatti. Non tutte le gestalt che apriamo, quindi, si concluderanno.

Cosa puoi fare allora per rimanere il più possibile in equilibrio?
Puoi, innanzitutto, cercare di portare a compimento ciò che hai intrapreso dedicandoti per quanto è possibile a una cosa alla volta evitando il tanto dannoso multitasking. Inoltre puoi imparare a riconoscere i tuoi bisogni man mano che emergono e scegliere consapevolmente di non concludere un ciclo perché mentre ti stai muovendo per soddisfare un bisogno ne emerge improvvisamente un altro che decidi essere più importante per te in quel preciso momento. 

Ancora una volta è la consapevolezza ad aiutarti.

Impara ad ascoltarti, a farti domande, a non muoverti con il pilota automatico senza nemmeno sapere il perché stai facendo quella cosa. Certamente quando si tratta di un disagio profondo o di situazioni incompiute che ti impediscono di vivere la tua vita serenamente può essere necessario rivolgerti a uno psicoterapeuta o ad un altro professionista della relazione d’aiuto, ma in generale imparare a conoscerti meglio e a renderti conto di cosa ti succede quando apri un ciclo e cosa invece quando si interrompe è importante per il tuo equilibrio.

Essere consapevole dei tuoi bisogni, saperli riconoscere quando emergono nella fase di pre-contatto in cui sono ancora indistinti e confusi, ti aiuta a focalizzarti muovendoti verso il loro soddisfacimento senza disperdere energie.
La stessa consapevolezza è quella che ti permetterà di interrompere un ciclo scegliendo responsabilmente di farlo e non subendo passivamente quanto accade nell’ambiente che ti circonda, magari senza nemmeno accorgertene.
E ancora, è la stessa capacità di essere consapevole che ti permetterà di capire quando qualcosa si è concluso, quando è il momento di assaporare quanto di buono c’è stato in quella esperienza per poi lasciarla andare definitivamente. 

Chiudere un cerchio significa andare oltre, lasciarlo aperto significa portarsi dietro costantemente un peso, una zavorra che ti affaticherà.

"La vita è un cerchio che si allarga fino a raggiungere i movimenti circolari dell'infinito."

Anaïs Nin

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